Quando il successo ce lo certifichiamo da soli
ANGELO GENTILE
Da queste parti il copione è fin troppo collaudato. Prima dell’evento si sprecano i soliti aggettivi: “eccezionale”, “imperdibile”, “unico”. A bocce ferme, qualunque cosa sia realmente accaduta, il verdetto è già scritto: “grande successo”, “straordinaria partecipazione”, “pubblico delle grandi occasioni”, “una marea di gente”…
A cantarsela e suonarsela, naturalmente, sono quasi sempre gli stessi che l’evento lo hanno organizzato, promosso, finanziato o patrocinato. Insomma, chiunque abbia un interesse diretto a venderlo come un trionfo. È una bizzarra forma di autocertificazione: ci si iscrive all’esame, lo si sostiene e ci si assegna pure il voto, immancabilmente con lode.
L’autoassoluzione è sempre la stessa: “Così fan tutti…”. Soprattutto quando si pretende di fare turismo ricorrendo ai giochi di prestigio di una comunicazione capace di trasformare, con abile prestidigitazione, la percezione in realtà.
Eppure, almeno sui numeri, ci si potrebbe sforzare di mantenere un briciolo di sobrietà. L’affluenza a una manifestazione non è una questione di entusiasmo né di percezioni di comodo: esistono parametri tecnici, criteri oggettivi e metodi di stima in grado di restituire, con ragionevole approssimazione, la consistenza numerica di una piazza.
Se davvero volessero affrancarsi dal sospetto dell’autocompiacimento, i vari organizzatori “infallibili” potrebbero compiere un semplice esercizio di trasparenza: affidare questi rilievi a soggetti terzi, privi di conflitti d’interesse e dotati delle competenze tecniche necessarie per formulare stime attendibili. Poi si potrà anche discutere di risultati numericamente esigui ma qualitativamente apprezzabili, perché il successo di un evento non si misura soltanto contando le teste.
Sarebbe un salto di qualità non da poco: abbandonare le comode stanze dell’autocertificazione e lasciare che siano i fatti, e non le iperboli, a raccontare la realtà. Perché quando chi ha interesse al risultato ne diventa anche l’unico certificatore, la cronaca cede inevitabilmente il passo all’autopromozione.
E la fiducia dei cittadini, a differenza della propaganda, si alimenta soltanto quando le parole trovano riscontro nei fatti. Se poi qualcuno, estraneo a questi ambienti, osa affermare, mettendolo addirittura per iscritto, che “il re è nudo”, scattano immediatamente gli anticorpi: bisogna spegnere il dissenso, neutralizzare quella che viene percepita come un’offesa e ricondurre rapidamente tutto entro i rassicuranti confini della narrazione dominante, sempre più spesso persino agitando lo spettro di possibili iniziative giudiziarie.
Uscire al più presto da questa stucchevole bolla autoreferenziale sarebbe, in fondo, il primo vero segnale di maturità per queste zone e l’inizio di un necessario cambio di direzione: imparare a competere senza ricorrere a giochi di disinvolta furbizia.


