12 Luglio 2026
MENOTTI LERRO


L’INTELLETTUALE

MENOTTI LERRO

Vi sono momenti -rari, improvvisi, non programmabili- in cui l’essere umano cessa di osservare il mondo e inizia a coincidere con esso.

È in questi varchi dell’esperienza che nasce ciò che definisco “istante empatico”: un attimo in cui l’io abdica alla propria sovranità e si apre a una comprensione totale, fondata sul sentire, senza la mediazione del ragionamento.

L’istante empatico è senza tempo cronologico.

Non è misurabile, né ripetibile a comando. Accade. E nel suo accadere sospende la separazione tra soggetto e oggetto, tra chi guarda e ciò che è guardato.

In quell’attimo, l’essere umano non interpreta la realtà: la vive nella sua nuda evidenza emotiva.

La modernità ha edificato un culto della distanza: distanza analitica, distanza critica, distanza tecnologica.

Abbiamo imparato a conoscere dividendo, sezionando, catalogando. Ma ciò che si perde in questo processo è la verità profonda dell’esperienza, quella che non si lascia ridurre a concetto.

L’istante empatico si oppone a questa deriva: esso afferma che non ogni conoscenza nasce dal pensiero e che alcune verità si rivelano solo quando il pensiero tace.

È qui che la poesia ritrova la propria funzione originaria.

La poesia non è esercizio formale né gioco linguistico; essa è testimonianza di un istante empatico vissuto e offerto.

Il poeta non inventa: riconosce. Non costruisce: accoglie.

Scrivere poesia significa tentare di fissare l’impossibile, dare forma verbale a un lampo di coincidenza tra l’anima e il mondo.

Il verso autentico è sempre la traccia di un incontro.

Ma quell’istante non è privilegio del poeta.

Esso appartiene a ogni essere umano capace di ascolto.

Può manifestarsi nello sguardo rivolto a un altro essere umano, nel dolore condiviso, nella contemplazione improvvisa di una bellezza non cercata.

In questi momenti, l’altro non è più “altro”: diventa presenza che mi attraversa e mi trasforma. Da qui nasce una responsabilità etica profonda.

Empatizzare significa non poter più restare indifferenti.

In una società che accelera senza sosta, che comunica senza incontrarsi, l’istante empatico assume un valore quasi sovversivo.

Esso chiede lentezza, vulnerabilità, silenzio. Chiede di sostare. E sostare, oggi, è un atto di resistenza.

Recuperare l’istante empatico significa restituire centralità all’interiorità, riaffermare che l’umano non è riducibile a funzione, prestazione o algoritmo.

Quell’istante privilegiato dell’essere salva il nostro modo di abitare il mondo più che il mondo stesso.

Ci ricorda che prima di capire dobbiamo sentire. E che solo ciò che è sentito fino in fondo può essere davvero conosciuto.

In quell’attimo fragile e luminoso, l’essere umano torna a essere intero.

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