Ospedale Monaldi, l’orrore in sala: «Per 14 minuti Domenico Caliendo senza cuore»
Un cuore arrivato congelato, un intervento iniziato prima che l’organo fosse in sala operatoria e una formazione partita solo dopo la tragedia. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo.
È il 23 dicembre. A Bolzano, all’ospedale San Maurizio, l’equipe napoletana incaricata di prelevare il cuore si presenta – secondo una decina di testimoni – stanca, con attrezzature inadeguate e difficoltà linguistiche. I medici austriaci arrivati da Innsbruck parlano di incomprensioni e richiami ripetuti durante l’espianto. Poi il momento decisivo: il ghiaccio secco versato in un contenitore frigo da spiaggia. Alcuni infermieri riferiscono di aver visto “fumo freddo” uscire dal ghiaccio e di aver chiesto conferma alla chirurga.
Il cuore parte per Napoli. Al Azienda Ospedaliera dei Colli – Ospedale Monaldi, però, l’equipe guidata dal cardiochirurgo Guido Oppido avvia l’espianto del cuore malato di Domenico prima dell’arrivo dell’organo donato. Quando il contenitore viene aperto, il cuore è un blocco di ghiaccio. Servono venti minuti e acqua calda per estrarlo. “È una pietra, non farà neanche un battito”, avrebbe detto il chirurgo, secondo i verbali.
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Napoli, conta sette medici indagati. Al centro anche un altro punto: i contenitori digitali Paragonix, già in dotazione ma – secondo due infermiere – mai utilizzati né oggetto di formazione prima dell’intervento. I corsi sarebbero partiti solo dopo.
Le difese invitano alla cautela: nessuna ricostruzione, spiegano i legali, può essere considerata definitiva. Ma dalle testimonianze emerge una vicenda segnata da errori, tensioni e silenzi, destinata a lasciare un segno profondo nella sanità italiana.


