19 Febbraio 2026

Perché molti cristiani votano Trump nonostante tutto?

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Perché una parte significativa dei cristiani – in particolare evangelici – continua a sostenere Donald Trump, nonostante il suo linguaggio, il suo stile di vita e molte sue scelte politiche appaiano difficilmente conciliabili con il Vangelo?

Liquidare la questione come semplice ipocrisia sarebbe riduttivo e poco utile. Il fenomeno è più complesso e coinvolge nodi teologici, ecclesiali e culturali che non riguardano solo gli Stati Uniti, ma l’intero cristianesimo occidentale.

Molti cristiani non votano Trump perché lo considerano un modello morale, ma perché lo percepiscono come uno strumento. La logica è spesso dichiarata senza imbarazzo: non è un uomo giusto, ma difende cause ritenute giuste. Tra queste vengono citate la lotta all’aborto, la nomina di giudici conservatori, la difesa della libertà religiosa e l’opposizione all’agenda progressista su genere e sessualità.

Il rischio, in questo schema, è ridurre il Vangelo a un elenco di valori isolati, separati dallo stile di vita, dal linguaggio e dal modo di relazionarsi con il povero, lo straniero e il nemico. È una fede frammentata, nella quale l’efficacia politica finisce per contare più della testimonianza.

Negli ultimi decenni una parte del cristianesimo americano ha progressivamente confuso il Regno di Dio con la conservazione del potere culturale. Trump viene così interpretato come una sorta di “Ciro moderno”: un leader rozzo, persino moralmente discutibile, ma ritenuto utile a proteggere il “popolo di Dio” da un mondo percepito come ostile.

Questa narrazione è teologicamente pericolosa, perché giustifica tutto in nome di un bene superiore. La croce, però, non è mai stata uno strumento di protezione del potere, ma il suo radicale smascheramento.

Più che la speranza, è spesso la paura a guidare queste scelte: paura di perdere influenza, di diventare minoranza, di essere marginalizzati (cfr. Pr 29,25). Trump parla a questa paura promettendo forza, identità e rivincita. Ma quando la paura diventa criterio di discernimento, il Vangelo viene piegato.

Come ricordava Karl Barth, ogni volta che la Parola di Dio viene usata per legittimare decisioni già prese, essa smette di essere Parola e diventa ideologia religiosa.

Il paragone con la Chiesa tedesca che sostenne il nazismo va maneggiato con cautela, ma resta valido come monito. Anche allora molti cristiani non adoravano Hitler; piuttosto, lo teologizzavano come argine al caos, al disordine morale, alla paura del futuro.

La storia insegna che la Chiesa si smarrisce non solo quando benedice il male, ma anche quando tace sul linguaggio violento, sulla disumanizzazione dell’altro e sulla menzogna elevata a metodo.

Il problema, in ultima analisi, non è solo Trump. È l’immagine di Cristo che emerge da questo sostegno: un Cristo forte, vincente, identitario, che protegge i suoi e respinge gli altri. Ma questo Cristo somiglia poco al Crocifisso.

Il cristianesimo nasce non dalla paura di perdere, ma dalla fiducia di chi può anche perdere tutto senza smarrire la propria anima. Quando la Chiesa baratta il Vangelo con l’illusione della sicurezza, non perde solo credibilità: perde se stessa.

In tempi di polarizzazione, la fedeltà cristiana non passa sempre dal vincere, ma dal resistere. E dal ricordare, con umiltà, che il Regno di Dio non coincide mai con un leader, una nazione o una vittoria elettorale.

Sergio Cortese
Pastore, Chiesa Evangelica della Riconciliazione – Codogno (Lodi) (nella foto )


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